Live Arts Week | Reportage

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Live Arts Week | Reportage

Non biasimatemi per il ritardo nel scrivere questo articolo: mi ci è voluto un bel po' di tempo per assimilare tutto ciò che è stato il Live Arts Week di Bologna. Un vero bombardamento di emozioni che hanno colpito la mia psiche facilmente impressionabile, costringendola a riflessioni lunghe e impegnative sulla percezione dell'arte e del mondo in todo. A partire da Marino Formenti, con il suo Nowhere, una piano performance dove l'artista si è letteralmente trapiantato nell'ex spazio Bulthaup di piazza Celestini (luogo non annunciato, tra l'altro) per ben dodici giorni consecutivi, dormendo, mangiando e suonando sotto gli occhi di tutti, in uno spazio dove gli spettatori potevano entrare, fermarsi, andarsene a loro piacimento: un vero e proprio Grande Fratello interattivo. E poi le esposizioni a Palazzo Re Enzo, fulcro del festival, allestito da Canedicoda e Mirko Rizzi, luogo che ha visto la Tabula di Silvia Costa (un quadro “disegnato” col cibo, da vedere e da mangiare), la performance sonora Musica per un giorno registrata in un mese di Ottaven (il titolo dice tutto), l'environment Flogisto di Marco Trevisani (proiezioni di immagini e suoni catturati con una strana macchina inventata dall'artista), e poi il film in progress (avviato a metà degli anni '70) The White Screen is a Red Cape di Hartmut Geerken, e i live media di Floris Vanhoof, e il film post-apocalittico Slow Action di Ben Rivers, e i concerti di Laraaji, Blues Control, Hyeroglyphic Being, Orphan Fairytale, Dennis Tyfus, The Claw. Un'arte che non mira al bello, che è stanca della narrazione, che non sa che farsene dell'armonia: un'arte nuda e cruda, graffiante, disturbante, pervasa da una profonda vena di metafisica. In poche parole, un'arte potente.
 
 
 
 
 
 
 
 
Illustration /// Ida Nicolaci
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